L’arte della parola tra retorica e letteratura, il ruolo dell’avvocato[1]


[1] Intervento di  ANGELO ALESSANDRO SAMMARCO al Convegno del 16 giugno 2026 presso l’Auditorium della Cassa Forense in Roma

« Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος » — e in principio era la parola

Sommario. 1 Esordio: perché Socrate fu condannato? 2 Il processo come destino: il paradosso socratico.  3 La parola che disvela: Àλήθεια. 4 La fabbrica delle condanne. 5 Le streghe, gli eretici, i nemici del popolo. 6 Le nuove streghe: la gogna mediatica. 7 La logica: da Dio al diavolo. 8 L’avvocato: ad-vocatus, παράκλητος. 9 La parola liberatrice

1. Esordio: perché Socrate fu condannato?

Permettetemi di aprire questo mio intervento non con una tesi, ma con una domanda, perché è dalle domande, e non dalle certezze, che nasce ogni vera arringa. La domanda è antica quanto la nostra professione, e mi accompagna da sempre: perché Socrate fu condannato?

Perché l’uomo che la tradizione ci consegna come la coscienza più limpida dell’Occidente, l’interlocutore inesauribile, il maestro del dialogo — colui che, se la retorica fosse davvero ciò che promette di essere, avrebbe dovuto uscire trionfante da quell’aula — fu invece consegnato alla cicuta da una giuria di cinquecento cittadini ateniesi?[1]

Se la retorica è l’arte di vincere con le parole, allora il suo più grande interprete avrebbe dovuto vincere. E invece perse. Da qui le due strade del nostro ragionamento. O la retorica non serve a nulla — ed è la conclusione amara di chi ha visto troppe aule — oppure dobbiamo distinguere: una cosa è la retorica intesa come tecnica della persuasione, mera abilità di portare l’uditorio dove si vuole; altra cosa è la parola come strumento di verità, come

disvelamento — ἀλήθεια —, che non mira a vincere la causa ma a scoprire l’inganno. È questa seconda parola che voglio difendere davanti a voi. E voglio difenderla mostrando, prima, come e perché il processo possa diventare il suo esatto contrario: una macchina.

Il titolo del nostro convegno — l’arte della parola tra retorica e letteratura — contiene già, a ben vedere, l’intera questione. La retorica è l’arte di persuadere, l’ars bene dicendi; la letteratura è, nei suoi vertici, l’arte di dire il vero attraverso la finzione. E l’avvocato vive esattamente nel punto in cui le due si incontrano e si tendono la mano, o si guardano in cagnesco: deve persuadere un giudice, e tuttavia non può, non deve, persuaderlo del falso. La sua è una retorica vincolata alla verità, una persuasione che ha l’onestà per misura. Vorrei accompagnarvi lungo questo crinale sottile: dalla condanna di Socrate fino alla gogna mediatica dei nostri giorni, per chiedermi, insieme a voi, che cosa resti oggi della parola liberatrice.

Vorrei dire subito perché ho voluto accostare, nel titolo, la retorica e la letteratura. Perché l’avvocato, in fondo, è un narratore. Davanti al giudice non depone una massa informe di atti: racconta una storia, dà un ordine ai fatti, restituisce un senso a ciò che l’accusa aveva ordinato in tutt’altro senso. E come ogni narratore degno di questo nome, è vincolato a una disciplina severa: la sua storia deve essere vera. La letteratura, nei suoi vertici, fa esattamente questo — dice il vero attraverso le sue figure, illumina l’uomo più di cento trattati. Non è un caso che i più grandi processi della coscienza occidentale ce li abbiano consegnati gli scrittori: senza Manzoni non sapremmo nulla del cuore dei giudici della colonna infame, senza Dostoevskij non avremmo mai guardato in faccia il Grande Inquisitore. La parola dell’avvocato e la parola dello scrittore si toccano in questo punto preciso: entrambe servono a far vedere ciò che, senza di esse, resterebbe per sempre nascosto.

 2. Il processo come destino: il paradosso socratico

Torniamo all’aula del 399 avanti Cristo. Atene è una città sconfitta e umiliata dalla guerra del Peloponneso, reduce dalla tirannide dei Trenta, percorsa da rancori che l’amnistia ufficiale ha coperto ma non spento. Le accuse contro Socrate sono tre: non credere negli dèi della città, introdurre nuove divinità, corrompere i giovani. Gli accusatori si chiamano Meleto, Anito, Licone. Ma sotto la maschera giuridica dell’empietà — l’asebeia — cova una decisione politica già scritta: la città vuole liberarsi dell’uomo che la interroga senza tregua, del maestro di Crizia e amico di Alcibiade, della presenza corrosiva che le impedisce di dormire.

E che cosa fa Socrate? Rifiuta tutti gli espedienti dell’oratoria forense. Non porta in aula i figli piangenti a impietosire i giudici, com’era costume; non lusinga la giuria; non recita la parte dell’imputato contrito. Parla con franchezza, e quando lo invitano a proporre una pena alternativa, suggerisce provocatoriamente di essere mantenuto a spese pubbliche come benefattore della città. È condannato; e poi, alla seconda votazione, condannato a morte con uno scarto ancora maggiore.

La lezione è dura, ed è la prima che porto al nostro tema: quel processo era, nella sostanza, già deciso. Nessuna eloquenza avrebbe potuto sciogliere una decisione che precedeva la prova. Eppure, Socrate non subisce passivamente: sceglie una retorica diversa. Non la kolakeia, l’adulazione che Platone nel Gorgia paragona a una cucina che lusinga il palato senza curarsi della salute[2]; ma la parola di chi testimonia il vero a costo della vita. Nel Fedro lo stesso Platone ammetterà che esiste una retorica autentica, sposata alla dialettica e alla conoscenza dell’anima. Socrate non perse il processo: perse il processo, ma vinse per i millenni.

Vorrei che cogliessimo però tutta l’ampiezza di quel gesto. Ad Atene era costume affidarsi a un logografo, uno scrittore di discorsi giudiziari su misura, che confezionasse per l’imputato l’arringa più efficace. Socrate rifiuta il logografo come rifiuta ogni belletto. Dichiara di voler parlare la lingua di tutti i giorni, quella dell’agorà e delle botteghe, non quella levigata dei tribunali. È una scelta retorica formidabile e insieme antiretorica: la nudità come stile, la franchezza — la “parresìa” — come arma. Socrate non vuole apparire innocente; vuole essere veritiero. E qui sta la prima, grande lezione per chi parla in un’aula: esiste un’eloquenza della sincerità che vale più di ogni artificio, e che il giudice avveduto sa riconoscere.

Ma c’è anche la lezione amara, quella che il garantista non può ignorare. Per quanto alta fosse, quella parola non bastò. La città aveva bisogno di un colpevole. Reduce dalla sconfitta, umiliata, in cerca di un responsabile su cui scaricare il proprio fallimento, Atene trovò nel vecchio filosofo scomodo il capro espiatorio perfetto. Il processo fu la forma legale data a una decisione presa altrove, nel cuore risentito della folla. Ed è questa la radice di tutto il mio discorso: quando la decisione precede la prova, la più grande oratoria del mondo è impotente a ribaltarlo — ma può ancora, almeno, salvare l’onore della verità e consegnarlo intatto ai posteri.

Non a caso l’archetipo di ogni processo ingiusto resta, nella nostra civiltà, un altro processo: quello a un uomo che diceva di essere venuto a rendere testimonianza alla verità. Davanti a Pilato quell’uomo tace o risponde per enigmi, e il magistrato romano gli rivolge la domanda che pesa su tutte le aule della storia: «Quid est veritas?», che cos’è la verità?[3] E non attende risposta: si lava le mani e consegna l’innocente alla folla che ne reclama la condanna. Socrate e quell’altro condannato sono i due pilastri su cui poggia la nostra inquieta coscienza giuridica: ci ricordano che il diritto, quando si separa dalla verità e dal coraggio, diventa la più solenne delle ingiustizie.

Vale la pena di fermarsi sul contrasto che dà forma a tutta la nostra questione: quello tra Socrate e i sofisti. I sofisti insegnavano, a pagamento, l’arte di «rendere più forte il discorso più debole»: la parola come pura tecnica, indifferente al vero, capace di sostenere con eguale destrezza una tesi e il suo contrario. Era la retorica ridotta a mercato, l’eloquenza venduta come una merce qualunque. Socrate oppone a tutto questo una parola che non si vende e non si piega: la parola che cerca, attraverso la domanda incessante, non la vittoria ma la verità. È la frattura originaria della nostra civiltà del discorso, e attraversa ancora oggi ogni aula di giustizia. Perché l’avvocato è continuamente tentato di farsi sofista — di trattare la parola come arma neutra al servizio del miglior offerente — e ogni volta è chiamato a scegliere, invece, la via più stretta di Socrate: persuadere, sì, ma del vero.

3. La parola che disvela: ἀλήθεια

Soffermiamoci su quella parola greca, perché in essa è racchiuso il segreto del nostro mestiere. Ἀλήθεια, verità, è composta di un alfa privativo e della radice di λήθη, oblio, occultamento. La verità è dunque a-létheia: il non-nascosto, ciò che viene strappato all’occultamento. Heidegger vi ha fondato una filosofia: la verità come Unverborgenheit, svelatezza, dis-velamento.[4] Dire il vero significa togliere il velo.

Ed è esattamente l’ufficio della parola nell’aula. Non abbellire, non sedurre, ma dis-coprire: strappare il velo alla menzogna che sta alla base del processo orchestrato. La parola del difensore, quando è vera, è un atto di svelamento: mostra ciò che la macchina voleva tenere nascosto. È qui che la retorica, da arma dell’inganno, torna a essere strumento di verità.

Già Gorgia, nell’Encomio di Elena, aveva detto che la parola è un gran signore — λόγος δυνάστης μέγας — che con un corpo piccolissimo e invisibile compie opere divine; e l’aveva paragonata a un φάρμακον, un farmaco che può guarire o avvelenare.[5] Ecco il doppio volto della parola, che ogni avvocato conosce intimamente: lo stesso strumento che costruisce la falsa accusa può dissolverla; lo stesso λόγος che condanna può assolvere. La parola non è buona né cattiva in sé: prende il partito di chi la impugna. Il nostro compito è fare in modo che, almeno una volta, prenda il partito dell’innocente.

Permettetemi un’ultima notazione su questa parola sovrana. La tradizione ha spesso processato la retorica come si processa un imputato: Platone l’accusa, nel Gorgia, di essere mera lusinga, cosmetica dell’anima; la parola che si stacca dal vero diventa sofisma, captazione, trucco. Ma la condanna sommaria della retorica è essa stessa un’ingiustizia. La parola non è colpevole: colpevole è l’uso che se ne fa. La medesima arte che inganna può smascherare l’inganno; la medesima eloquenza che costruisce l’accusa infondata può smontarla pezzo per pezzo. Riabilitare la retorica significa riportarla alla sua vocazione originaria: non sedurre, ma far vedere. L’avvocato è il custode di questa riabilitazione. Ogni volta che, in un’aula, una parola onesta scioglie un equivoco e restituisce un volto a chi era ridotto a fascicolo, la retorica viene assolta dalle accuse di Platone.

Aristotele, che alla retorica dedicò il primo trattato sistematico, scriveva che la persuasione poggia su tre pilastri: l’ethos, la credibilità di chi parla; il pathos, la disposizione che si suscita in chi ascolta; e il logos, la forza dell’argomento.[6] L’avvocato li conosce tutti e tre, e tutti e tre li impiega; ma il garantista sa che, dei tre, soltanto il logos ancorato ai fatti rende onesta la persuasione. L’ethos senza verità è posa; il pathos senza verità è ricatto sentimentale. La differenza tra l’oratore e il demagogo non sta negli strumenti — sono i medesimi — ma nel fine: l’uno se ne serve per far vedere ciò che è, l’altro per far credere ciò che non è. Tutta l’etica del nostro mestiere si gioca su questo crinale sottile: impugnare le armi della persuasione restando, fino in fondo, servi della verità.

4. La fabbrica delle condanne

Vengo al cuore della mia riflessione. Mi sono convinto — e l’esperienza dell’aula lo conferma ogni giorno — che il processo, quando perde il suo legame con la verità, funziona come una macchina di produzione della condanna. Una fabbrica di verdetti di colpevolezza.

Prendo a prestito, piegandolo, il titolo di un grande libro di Franco Cordero, La fabbrica della peste: parafrasando, vorrei parlare di una fabbrica delle condanne. Cordero, giurista e scrittore di erudizione formidabile, ricostruì il processo agli untori di Milano — gli uomini accusati di diffondere la peste del 1630 ungendo di veleno i muri della città. E nella sua monumentale opera sulla procedura ci ha consegnato la chiave per comprendere processi come quello: il metodo inquisitorio riposa su ciò che egli chiamava il primato dell’ipotesi sui fatti.[7]

L’inquirente non muove dai fatti per giungere a un’ipotesi; muove dall’ipotesi — l’imputato è colpevole — e piega i fatti, all’occorrenza con la tortura, finché non la confermino. La macchina produce il risultato per cui è stata costruita. La confessione, estorta dal dolore, è il prodotto finito che esce dalla catena di montaggio.

La stessa miserabile vicenda fu narrata, con terribile lucidità morale, da Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame. Guglielmo Piazza, commissario di sanità, e Gian Giacomo Mora, barbiere, furono accusati, torturati, indotti a confessare mostruose assurdità e giustiziati; la casa del Mora fu rasa al suolo e sul luogo fu eretta una colonna d’infamia. Ma il punto di Manzoni — ed è qui che si separa da Pietro Verri, il quale nelle Osservazioni sulla tortura imputava l’orrore alla barbarie dei tempi — il punto di Manzoni è assai più inquietante: i giudici potevano sapere.[8]

Avevano davanti agli occhi i mezzi per riconoscere l’innocenza di quegli uomini. Non fu ignoranza: fu un cedimento della coscienza, una resa della volontà alla macchina. Potevano, dunque dovevano. La fabbrica delle condanne si alimenta dell’abdicazione della coscienza — e questa è una colpa che nessun «spirito del tempo» assolve.

La coscienza critica è presente in ogni tempo. Vi faccio un esempio antico: Isacco della Stella, monaco cistercense vissuto nella prima metà del XII secolo (110-1169), a proposito dell’ordine militare – cavalleresco dei Templari, da poco costituito, diceva: è sorto un nuovo mostro di una nuova cavalleria .. con lo scopo di costringere, a colpi di lancia e di bastone gli infedeli a credere, e di spogliare legittimamente e trucidare religiosamente quelli che non portano il nome di Cristo; e se qualcuno di loro perisce in questi atti di brigantaggio li si proclama martiri di Cristo”[9].

Conviene fermarsi un istante sulla parola «inquisitorio», perché in essa si gioca tutto. Vi sono, da sempre, due modelli di processo. Nel modello accusatorio l’accusa e la difesa stanno su un piano di parità davanti a un giudice terzo che ascolta e decide: è il modello del contraddittorio, del dubbio coltivato, della prova che si forma nel dibattimento. Nel modello inquisitorio, invece, chi accusa, chi indaga e chi giudica tendono a coincidere, o a collaborare: il giudice ha già una tesi e cerca conferme. Il primo modello serve la verità; il secondo serve l’ipotesi. La storia della civiltà giuridica è, in larga misura, la storia faticosa del passaggio dal secondo al primo — un passaggio mai concluso, sempre minacciato di regressione. Ogni volta che, anche oggi, l’indagine parte dal colpevole per cercare il reato anziché dal reato per cercare il colpevole, la fabbrica si rimette in moto.

Il problema è che un’indagine parte sempre, o comunque quasi sempre, da un colpevole, colui che attualmente viene iscritto nel registro delle notizie di reato; dunque, la natura inquisitoria del processo penale è sempre presente e, probabilmente, sarà sempre presente.

La fabbrica, del resto, non è soltanto un ricordo dei secoli bui: ha imparato a travestirsi. Oggi non si chiama più tortura, si chiama «teorema»: l’ipotesi accusatoria formulata all’inizio, che poi seleziona le prove a sé favorevoli e scarta quelle contrarie, in quella trappola della mente che gli studiosi chiamano pregiudizio di conferma. La notizia di reato diventa una profezia che si autoavvera: una volta che un nome è entrato negli atti come quello del colpevole, ogni dettaglio successivo viene letto alla luce di quella convinzione, e l’indagine smette di cercare la verità per cercare conferme. È la medesima struttura del processo alla strega, ripulita, resa procedurale, in apparenza razionale — e proprio per questo più insidiosa, perché non ha più il volto feroce dell’inquisitore incappucciato, ma quello mite e impersonale del modulo, del verbale, dell’algoritmo. Il difensore è colui che, solo contro la corrente, ripropone con ostinazione la domanda che la macchina vorrebbe chiusa per sempre: e se non fosse vero? E se i fatti, lasciati parlare, raccontassero un’altra storia?

 5. Le streghe, gli eretici, i nemici del popolo

Questa struttura — la decisione che precede la prova, il processo come liturgia di una conclusione già scritta — ricorre nella storia con sinistra regolarità.

La caccia alle streghe ebbe il suo manuale procedurale, il Malleus Maleficarum del 1486, una macchina d’interrogatorio in cui l’imputata non poteva vincere: se nega, la tortura continua; se confessa, arde. Nell’ordalia dell’acqua, se galleggia è strega e viene bruciata, se affonda è innocente ma annega.[10] Il congegno è costruito per condannare.

Gli eretici del pensiero — Giordano Bruno sul rogo di Campo de’ Fiori nel 1600, Galileo costretto all’abiura nel 1633 — caddero nella stessa logica: la conclusione era data, la procedura non faceva che metterla in scena.

E nel Novecento, i nemici del popolo. I processi di Mosca, dal 1936 al 1938: vecchi bolscevichi che confessavano, con dettaglio impeccabile e assurdo, delitti che non avrebbero potuto commettere, prima di essere fucilati. Arthur Koestler ne ha dato la psicologia in Buio a mezzogiorno; Ibsen ne aveva già dato la sociologia in Un nemico del popolo: colui che dice la verità viene proclamato nemico pubblico proprio perché la dice.[11]

E tutto questo abbraccia la figura inventata da Kafka: Josef K. nel Processo, arrestato un mattino senza che gli si dica di che cosa sia accusato, prigioniero di un tribunale che è un labirinto senza centro, una burocrazia che macina senza verità e senza pietà.[12] Kafka ha compreso che la macchina moderna non ha più nemmeno bisogno di odiare la sua vittima: la processa, e basta.

Che cosa accomuna queste scene — la strega, l’eretico, il nemico del popolo, Josef K.? Che il processo è teatro: la messa in scena di una condanna già decisa altrove[13]. La prova non genera la decisione; la decisione seleziona la sua prova. E qui voglio nominare il meccanismo più profondo, quello che René Girard ha illuminato: il capro espiatorio.[14]

Ogni comunità persecutoria, nei momenti di crisi, cerca una vittima su cui scaricare la propria angoscia e attorno alla cui distruzione potersi riunificare. La vittima è scelta secondo «stereotipi di persecuzione» — il diverso, lo straniero, il marginale — e i persecutori sono sinceramente convinti della sua colpa. Il processo alla strega, il pogrom, il processo farsa sono variazioni della stessa violenza fondatrice: l’unanimità meno uno. La fabbrica delle condanne è, in fondo, la macchina sacrificale.

La galleria delle vittime di questa macchina è sterminata. Giovanna d’Arco, arsa a Rouen nel 1431 da un tribunale ecclesiastico che le tese trappole dottrinali a ogni domanda, e riabilitata solo venticinque anni dopo, quando il rogo era ormai cenere.[15] Le donne di Salem, nel 1692, condannate sulla base della «prova spettrale», cioè delle visioni delle loro accusatrici: una prova che, per definizione, nessuno poteva confutare. Il congegno è sempre lo stesso: si costruisce un’imputazione che non ammette difesa, e poi si celebra il rito.

E c’è un passaggio ulteriore, che il giurista deve avere il coraggio di nominare. Prima di processare il nemico, bisogna fabbricarlo. Carl Schmitt ha mostrato come ogni politica si fondi sulla distinzione tra amico e nemico[16]; e il processo politico non fa che dare veste legale a una designazione già avvenuta. Il «nemico del popolo», la «strega», l’«untore», l’«eretico» non sono conclusioni a cui il processo perviene: sono premesse da cui il processo parte. La parola dell’accusa, in questi casi, non descrive la realtà: la crea. Ecco perché al difensore non basta confutare le prove; deve risalire più a monte, fino a smontare la designazione stessa, fino a restituire all’imputato la qualità di persona che gli era stata tolta prima ancora dell’udienza.

Di tutte queste vittime conosciamo, il più delle volte, soltanto la voce dei loro accusatori: il processo le ha cancellate due volte, prima togliendo loro la vita e poi lasciandone memoria unicamente nelle parole di chi le condannava. Talvolta, però, un frammento della loro voce è sopravvissuto. Lo storico Carlo Ginzburg ha ricostruito, dai verbali stessi del Sant’Uffizio, la vicenda di Menocchio, il mugnaio friulano che nel Cinquecento immaginava un cosmo nato dalla putrefazione, «come il formaggio dai vermi», e che per questa libera fantasia cosmologica fu processato e arso[17]. Negli atti che dovevano annientarlo è rimasta, paradossalmente, l’unica traccia del suo pensiero. È un ammonimento per noi: ogni volta che la macchina riduce un uomo al silenzio, è compito della parola onesta — quella dello storico, quella dello scrittore, quella dell’avvocato — tornare a ripescare la voce sepolta e restituirla al mondo.

6. Le nuove streghe: la gogna mediatica

Avevo detto che potrei fare molti esempi dei nuovi processi contro le nuove streghe, contro i nuovi eretici. Non farò nomi: non è questa la sede, e la discrezione è essa stessa una forma di rispetto. Ma nominerò lo strumento, perché è il più micidiale congegno persecutorio del nostro tempo: la demonizzazione mediatica.

Il rogo è diventato la prima pagina. La gogna — quella in cui il condannato medievale era esposto al disprezzo della folla — non è scomparsa: è migrata nel talk show, nel titolo a caratteri cubitali, nel video che diventa virale. Daniel Soulez Larivère l’ha chiamato il circo mediatico-giudiziario: l’alleanza, spesso inconsapevole, tra una giustizia affamata di consenso e un’informazione affamata di spettacolo.[18]

Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ne ha tracciato la genealogia: dal supplizio pubblico — il corpo del condannato esposto e straziato davanti alla folla — al dispositivo moderno della sorveglianza e dello sguardo disciplinare.[19] Lo spettacolo della pena non è mai davvero finito: ha cambiato palcoscenico. Oggi la condanna si consuma prima che il processo cominci. La presunzione di non colpevolezza — l’articolo 27 della nostra Costituzione, l’articolo 11 della Dichiarazione universale — è dissolta dal titolo di giornale, abolita dalla fotografia in manette.

Guy Debord aveva intuito la cornice: nella società dello spettacolo la rappresentazione non accompagna più la realtà, la sostituisce.[20] Così accanto al processo vero se ne celebra uno parallelo, più rapido, più rumoroso, privo di ogni garanzia: niente contraddittorio, niente onere della prova, niente presunzione d’innocenza, niente termini di prescrizione per la condanna dell’opinione pubblica. Il processo penale può concludersi con un’assoluzione; il processo mediatico no. La sua sentenza — l’infamia — non conosce appello né revisione. Un uomo assolto dopo dieci anni resta, per la memoria collettiva e per i motori di ricerca, l’uomo della fotografia in manette. La condanna mediatica è irreversibile proprio perché non è mai stata, formalmente, una condanna: nessuno l’ha pronunciata, nessuno la revoca.

E il meccanismo è, ancora una volta, quello di Girard: il panico morale, il capro espiatorio, l’unanimità dell’indignazione contro la vittima prescelta. Non siamo diventati più razionali degli uomini che bruciavano le streghe; abbiamo soltanto cambiato il combustibile del rogo. Il nuovo eretico è chiunque la macchina selezioni; e una volta selezionato, come la donna nell’ordalia dell’acqua, non può vincere. È contro questa fabbrica, nuova e antichissima, che la parola del difensore deve oggi alzarsi.

E c’è un tratto del nostro tempo che nessun’epoca prima conobbe: la memoria della Rete non dimentica mai. Il rogo, almeno, si spegneva; la gogna medievale durava un giorno di mercato. La condanna digitale, invece, è eterna: resta indicizzata, ricercabile, eternamente richiamabile da chiunque digiti un nome. L’assoluzione finisce in fondo alla pagina dei risultati; l’accusa resta in cima. Si è dovuto inventare, per arginare questo abisso, un nuovo diritto — il diritto all’oblio — che è poi l’ennesimo, faticoso tentativo della civiltà giuridica di restituire all’uomo ciò che la macchina gli aveva tolto: il diritto a non essere ridotto per sempre al suo momento peggiore, vero o presunto che sia. Anche qui la posta in gioco è quella di sempre: che la persona non venga inghiottita per intero dalla categoria, che resti, sotto l’accusa e oltre l’accusa, un volto.

7. La logica: da Dio al diavolo

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.[21] Il Logos — e λόγος significa a un tempo parola, ragione e logica — sta all’origine come principio divino. La parola era Dio. La logica era Dio. La ragione era sacra perché era il legame tra l’umano e il vero.

Ma la logica, staccata dalla verità, diventa altra cosa. Piergiorgio Odifreddi ha intitolato una bella storia della logica Il diavolo in cattedra.[22] L’immagine è esatta per il nostro discorso. Perché esiste una logica del diavolo: il sillogismo impeccabile che procede con rigore perfetto da premesse false o inique (ex falso quodlibet). L’inquisitore ragiona benissimo; soltanto la sua premessa — questa donna ha commercio coi demoni — è mostruosa. La macchina della condanna spesso non è affatto illogica: è iper-logica. È una procedura formalmente corretta che produce un esito sostanzialmente atroce.

Hannah Arendt ne ha dato il nome moderno: la banalità del male.[23] Eichmann non era una belva furibonda, ma un funzionario diligente, un uomo di procedura, che faceva il suo dovere logico dentro un sistema criminale. È questo il diavolo in cattedra: la ragione senza coscienza, la logica divorziata dalla ἀλήθεια, il sillogismo che ha dimenticato il volto umano dell’imputato. Il compito, allora, è ricongiungere ciò che è stato strappato: riportare il λόγος alla verità, la ragione alla sua origine. Fare di nuovo della parola ciò che era in principio: un legame col vero.

Vale la pena di ricordare che il λόγος non nasce cristiano: già Eraclito, sei secoli prima, lo aveva pensato come la legge comune che regge il divenire, che tutti respirano e che pochi comprendono.[24] Il Vangelo eredita questa parola e la porta al suo culmine: la ragione del mondo si fa carne, e prende un volto. Ed è proprio questo che la macchina della condanna non sopporta: il volto. Per funzionare, la fabbrica deve trasformare la persona in caso, il nome in numero di fascicolo, il volto in categoria — la strega, il nemico, l’untore. Il sillogismo perfetto può procedere solo se ha dimenticato che dall’altra parte c’è qualcuno che soffre.

E c’è un’ultima ironia, che il giurista dovrebbe meditare. Proprio la logica, portata al suo vertice nel Novecento, ha scoperto i propri limiti: Kurt Gödel ha dimostrato che ogni sistema formale abbastanza ricco contiene proposizioni vere che non può dimostrare. La ragione, al suo apice, ha imparato l’umiltà. Dovrebbe insegnarla anche a noi: nessun sistema di prove è onnipotente, nessuna certezza processuale è assoluta, e dove la dimostrazione non arriva non deve subentrare la presunzione di colpa, ma il dubbio che protegge. L’incompletezza della logica è, a ben vedere, l’altro nome del favor rei: là dove non possiamo dimostrare con certezza la colpa, la civiltà ci impone di non condannare.

8. L’avvocato: ad-vocatus, παράκλητος

E veniamo, finalmente, all’avvocato. Si consideri la parola stessa. Avvocato viene dal latino ad-vocatus: colui che è chiamato accanto a un altro, convocato per soccorrere. L’avvocato non è, etimologicamente, colui che parla; è colui che è chiamato — chiamato accanto a chi è nel bisogno. E c’è una parola greca che dice lo stesso, e lo dice in modo sublime: παράκλητος, il Paraclito, letteralmente «colui che è chiamato accanto», l’avvocato, il consolatore.

Nella Prima Lettera di Giovanni leggiamo che «abbiamo un avvocato presso il Padre» — παράκλητον — Gesù Cristo, il giusto.[25] Il difensore si colloca dunque nella più antica e nobile delle stirpi: è il paraclito dell’imputato, colui che viene a stare accanto all’uomo che il mondo ha deciso di abbandonare.

Del resto, il processo — il vero processo, quello che è l’opposto della macchina — nacque come atto di civiltà. Lo racconta Eschilo nelle Eumenidi, ultima tragedia dell’Orestea. Oreste, perseguitato dalle Erinni per il sangue della madre, è condotto davanti al primo tribunale, l’Areopago, fondato da Atena stessa. I voti sono pari. E Atena getta il voto decisivo — il calculus Minervae — in favore dell’imputato.[26]

La parità si scioglie nell’assoluzione. Con quel voto, la vendetta diventa giustizia; le Erinni, le Furie, si trasformano in Eumenidi, le «Benevole». Il voto di assoluzione è la pietra di fondazione della civiltà. In dubio, pro reo: dove resta il dubbio, la legge degli uomini civili pende verso l’imputato.

È questo il credo del garantista. Già i giuristi romani lo avevano formulato: l’imperatore Traiano riteneva, e Ulpiano lo registrò nel Digesto, che sia preferibile lasciare impunito il delitto di un colpevole piuttosto che condannare un innocente.[27] Secoli dopo Blackstone gli diede la sua celebre aritmetica: meglio dieci colpevoli liberi che un solo innocente punito. E Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, il piccolo libro che cambiò la coscienza d’Europa, ne trasse le conseguenze: niente tortura, niente pena di morte, e soprattutto — un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice.[28] La presunzione d’innocenza non è un cavillo: è il rifiuto di lasciare che il processo sia una fabbrica.

La dignità della nostra professione fu cantata da Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato — elogio dei giudici scritto, si badi, da un avvocato.[29] Calamandrei aveva compreso che giudice e difensore sono le due metà di un solo arco; che l’avvocatura è la più libera delle libere professioni perché è la garanzia strutturale della libertà; che senza difensore non c’è processo, ma soltanto esecuzione.

E Francesco Carnelutti, in quelle pagine amare e luminose sulle miserie del processo penale, ci ha ricordato una verità che non dobbiamo mai dimenticare: il processo è esso stesso una pena.[30] L’imputato soffre dal momento in cui è accusato, assai prima di ogni sentenza. Il difensore sta con lui in quella sofferenza. È, spesso, l’unico che tratti ancora l’imputato come una persona e non come un fascicolo, come un volto e non come una pratica.

Luigi Ferrajoli ha dato a tutto questo la sua forma teorica rigorosa in Diritto e ragione: il garantismo è il sistema dei limiti che il diritto impone al potere punitivo dello Stato.[31] L’onere della prova a carico dell’accusa; la presunzione d’innocenza; l’in dubio pro reo; il diritto di difesa inviolabile in ogni stato e grado del procedimento[32] — non sono ostacoli alla giustizia. Sono la giustizia. Sono la differenza tra un processo e una macchina.

E Quintiliano, venti secoli fa, definì l’oratore in tre parole che legano per sempre la retorica all’etica: vir bonus dicendi peritus — «uomo onesto esperto nel dire».[33] Non soltanto esperto: onesto, buono. L’abilità senza la bontà è il diavolo in cattedra. La bontà dà all’abilità la sua direzione: verso la verità, verso l’innocente.

Non per caso la nostra Costituzione ha trasformato queste intuizioni secolari in norme inviolabili. L’articolo 24 proclama che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento; l’articolo 27 stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva; l’articolo 111 ha scolpito i principi del giusto processo, il contraddittorio nella formazione della prova, la terzietà del giudice. Non sono formule per addetti ai lavori: sono le travi maestre che impediscono al processo di trasformarsi in macchina di condanna. Ogni garanzia processuale è una cicatrice della storia, il ricordo inciso nel diritto di un’ingiustizia che non vogliamo più ripetere[34]. Dietro la presunzione d’innocenza c’è Manzoni; dietro il divieto di tortura c’è Beccaria; dietro l’inviolabilità della difesa ci sono Socrate e l’intera schiera dei condannati senza voce. La Carta è la nostra memoria fatta legge.

Questa tradizione di garanzie non è straniera alla nostra terra: ne è anzi una delle culle. La Scuola classica del diritto penale — da Gaetano Filangieri, che illuminò Napoli e ispirò perfino i padri fondatori d’America, a Francesco Carrara, che del delitto fece un «ente giuridico» da accertare con rigore e non un pretesto per colpire — costruì pietra su pietra l’idea che il diritto penale serva a limitare la pena, non a moltiplicarla, e che l’imputato sia un soggetto di diritti, non un oggetto da punire.[35] Da Beccaria a Carrara a Ferrajoli corre un filo solo: la difesa non è un ostacolo alla giustizia, ne è la condizione.

Difendere, infine, è quasi sempre un atto di solitudine. Quando l’opinione pubblica ha già emesso la sua decisione, l’avvocato che si alza per l’imputato detestato attira su di sé una parte di quel disprezzo: lo si confonde con il suo assistito, lo si accusa di complicità morale, gli si domanda conto della scelta di «stare dalla parte sbagliata». Eppure, è esattamente in quel momento che la sua funzione tocca il vertice. Voltaire si battè per Calas quando tutta Tolosa lo voleva colpevole; Zola affrontò il processo e l’esilio per Dreyfus quando l’intera Francia gridava al tradimento. La storia ha dato loro ragione, ma sul momento erano soli. Il coraggio di restare soli accanto a chi tutti hanno abbandonato non è un di più eroico della professione: ne è il nucleo segreto. Un difensore che difenda solo gli innocenti simpatici non è un difensore: è un applauditore della folla.

E qui devo dire la cosa più scomoda, quella che ci viene rimproverata più spesso. «Come fai a difendere un colpevole?». La domanda nasce da un equivoco profondo. L’avvocato non difende il delitto: difende la persona. Non garantisce l’impunità: garantisce che, prima di punire, lo Stato debba provare, nelle forme e con i limiti del diritto, ciò che afferma. Difendere chi tutti credono colpevole è la prova suprema della nostra funzione, perché è proprio allora — quando l’indignazione è unanime, quando la folla ha già acceso il rogo — che la presunzione d’innocenza rischia di evaporare, e che qualcuno deve restare a tenerla in piedi. Il difensore dell’imputato odioso non difende soltanto lui: difende ciascuno di noi dal giorno in cui potremmo essere, a torto, al suo posto. La civiltà di un processo non si misura su come tratta l’innocente evidente, ma su come tratta il presunto colpevole.

9. La parola liberatrice

Vengo alla fine. Contro la fabbrica delle condanne sta la parola liberatrice — la parola di verità che svela la falsità e protegge l’innocente. Non è una semplice speranza: ha una storia, e questa storia è scritta tanto dagli scrittori quanto dagli avvocati.

Quando Jean Calas, mercante protestante di Tolosa, fu giustiziato sulla ruota nel 1762 sulla base di una falsa accusa, fu uno scrittore — Voltaire — a prendere la parola, a scrivere il Trattato sulla tolleranza e a non darsi pace finché la decisione non fu ribaltata e il morto riabilitato. Quando Alfred Dreyfus fu condannato da una macchina militare che aveva bisogno di un traditore, fu uno scrittore — Émile Zola — a scagliare il suo J’accuse sulla prima pagina e a costringere una nazione a riaprire il caso.

E nella nostra letteratura, Leonardo Sciascia ha fatto della parola una veglia perpetua contro la macchina: in Porte aperte, il giudice che si rifiuta di pronunciare la pena di morte persino sotto il fascismo; in Morte dell’inquisitore, l’eretico che colpisce l’inquisitore e così riconquista la propria dignità.[36] Sciascia sapeva che la parola può essere l’ultima difesa del singolo contro la folla unanime.

La grande letteratura ha guardato in faccia, più e meglio di tanti trattati, il volto del processo che divora l’uomo. Fëdor Dostoevskij, nella «Leggenda del Grande Inquisitore» dei Fratelli Karamazov, immagina Cristo tornato sulla terra e subito arrestato: l’Inquisitore non lo condanna perché sia colpevole, ma proprio perché è innocente e libero, perché la sua sola presenza smaschera la menzogna del potere che pretende di parlare in suo nome.[37] È la più alta parabola del processo come liturgia del dominio, in cui la verità dev’essere messa a tacere perché disturba l’ordine costituito.

Albert Camus, ne Lo straniero, ci mostra un uomo condannato non tanto per ciò che ha fatto quanto per ciò che è: Meursault va alla ghigliottina perché non ha pianto al funerale della madre, perché non si è conformato al copione delle emozioni che la società pretende. Il processo non giudica il fatto, giudica l’uomo: lo condanna per la sua estraneità, lo trasforma in mostro perché è diverso.[38] E Victor Hugo, ne L’ultimo giorno di un condannato e nelle pagine immortali dei Miserabili, ha prestato la sua voce a chi non ne aveva: al condannato che attende il patibolo, a Jean Valjean inseguito tutta la vita per un pane rubato, dimostrando che la parola dello scrittore — come quella dell’avvocato — può strappare un volto umano alla maschera che la legge gli ha cucito addosso.[39]

È questo che facciamo, quando facciamo bene il nostro lavoro. Quando tutto il mondo condanna, noi parliamo per uno solo. Sveliamo; restituiamo la ἀλήθεια che la macchina ha sepolto; portiamo le parole giuste — giuste perché appropriate, e giuste perché fanno giustizia. E per chi crede nelle garanzie, la giustizia è, prima e al di sopra della punizione del colpevole, la protezione dell’innocente.

Lasciatemi chiudere dove tutto comincia, dove comincia Giovanni. In principio era il Verbo. Il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Forse l’intera vocazione dell’avvocato è racchiusa in quel versetto: ricordare che la parola è sacra, che ci è stata data non per sedurre ma per disvelare, non per condannare ma per difendere, non per alimentare il rogo ma per spegnerlo. L’arte della parola, alla fine, è l’arte della verità e della misericordia. E finché ci sarà nell’aula una sola voce disposta a levarsi per l’imputato che la folla ha già condannato, la fabbrica delle condanne non avrà mai l’ultima parola.


[1]Platone, Apologia di Socrate; cfr. anche Senofonte, Apologia di Socrate. La condanna fu pronunciata nel 399 a.C. dall’eliea, il tribunale popolare di cinquecento cittadini.

[2]Platone, Gorgia, dove la retorica è definita κολακεία, adulazione, «cucina» per l’anima; e Fedro, dove si ammette però una retorica autentica, fondata sulla dialettica e sulla conoscenza del vero.

[3]Il processo a Gesù davanti al Sinedrio e a Pilato: Vangeli, in particolare Giovanni 18–19. La domanda di Pilato — «Quid est veritas?», «che cos’è la verità?» (Gv 18,38) — è posta a chi ha appena detto di essere venuto a rendere testimonianza alla verità.

[4]M. Heidegger, Essere e tempo (§ 44) e Sull’essenza della verità: la ἀλήθεια come Unverborgenheit, «svelatezza», verità come dis-velamento dell’ente.

[5]Gorgia, Encomio di Elena: il λόγος è δυνάστης μέγας, «gran signore», e agisce sull’animo come un φάρμακον, farmaco che può guarire o avvelenare.

[6]Aristotele, Retorica: i tre mezzi della persuasione — ἦθος (l’autorevolezza di chi parla), πάθος (l’emozione di chi ascolta), λόγος (l’argomento in sé).

[7]F. Cordero, La fabbrica della peste, Laterza, Roma-Bari, 1984. Il «primato dell’ipotesi sui fatti» come cifra del metodo inquisitorio è nozione ricorrente nella sua Procedura penale: l’inquirente muove dalla colpevolezza presunta e piega i fatti, all’occorrenza con la tortura, fino a che non la confermino.

[8]A. Manzoni, Storia della colonna infame (1840), appendice ai Promessi sposi; P. Verri, Osservazioni sulla tortura. Mora e Piazza furono giustiziati nel 1630. Contro Verri, che imputava l’errore alla barbarie dei tempi, Manzoni sostiene che i giudici «potevano» conoscere la verità, e dunque «dovevano».

[9] Sermoni, 48, 8.

[10]H. Institoris (Krämer) e J. Sprenger, Malleus Maleficarum (1486), manuale degli inquisitori. Nell’ordalia dell’acqua l’imputata è comunque perduta: se galleggia è strega ed è arsa, se affonda è innocente ma annega.

[11]Sui processi di Mosca (1936–1938) e sulla figura del «nemico del popolo»: A. Koestler, Buio a mezzogiorno; e, per la sociologia del capro nella comunità, H. Ibsen, Un nemico del popolo.

[12]F. Kafka, Il processo: Josef K. è arrestato senza che gli si dica di che cosa sia accusato; il tribunale è labirinto senza centro.

[13] Ancora più inquietante è la metafora shakesperiana del “teatro” della vita: “Life’s but a walking shadow, a poor player,that struts and frets his hour upon the stage, and then is heard no more. It is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” (Macbeth, Atto V, Scena V, 19-28).

[14]R. Girard, Il capro espiatorio e La violenza e il sacro: il meccanismo persecutorio sceglie la vittima secondo «stereotipi di persecuzione» e si ricompone nell’unanimità contro di essa.

[15]Giovanna d’Arco fu condannata al rogo a Rouen nel 1431 da un tribunale ecclesiastico; un processo di riabilitazione ne dichiarò l’innocenza nel 1456.

[16]C. Schmitt, Le categorie del ‘politico’: la distinzione amico/nemico. La costruzione del «nemico» è spesso la premessa, non la conseguenza, del processo politico.

[17] C. Ginzburg, Il mugnaio e i vermi, Milano, 2019

[18]D. Soulez Larivère, Le cirque médiatico-judiciaire (1993): l’alleanza, spesso inconsapevole, tra una giustizia in cerca di consenso e un’informazione in cerca di spettacolo.

[19]M. Foucault, Sorvegliare e punire: dalla liturgia del supplizio pubblico al dispositivo moderno dello sguardo e della sorveglianza.

[20]G. Debord, La società dello spettacolo (1967): nella società dello spettacolo la rappresentazione si sostituisce alla realtà; è la cornice in cui matura il «processo parallelo» mediatico.

[21]Vangelo secondo Giovanni 1,1.

[22]P. Odifreddi, Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel, Einaudi, Torino, 2003.

[23]H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme: il male non come furore demoniaco, ma come zelo del funzionario che esegue la procedura.

[24]Eraclito, frr. 1 e 50 Diels-Kranz: il λόγος come legge comune che regge il divenire, che gli uomini «ascoltano» senza comprendere.

[25]Prima Lettera di Giovanni 2,1: παράκλητον ἔχομεν, «abbiamo un avvocato presso il Padre». Il latino advocatus traduce il greco parákletos: «colui che è chiamato accanto».

[26]Eschilo, Eumenidi (terza tragedia dell’Orestea): l’istituzione dell’Areopago e il voto di Atena — il calculus Minervae — che, sciogliendo la parità in favore dell’imputato Oreste, trasforma la vendetta in giustizia e le Erinni in Eumenidi.

[27]Digesto 48.19.5 (Ulpiano, che riferisce un rescritto di Traiano): satius esse impunitum relinqui facinus nocentis quam innocentem damnare. La formula sarà ripresa, con la sua celebre aritmetica, da W. Blackstone, Commentaries on the Laws of England (1765–1769).

[28]C. Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764): contro la tortura e la pena di morte, e per il principio che «un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice».

[29]P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato (1935).

[30]F. Carnelutti, Le miserie del processo penale (1957): il processo è esso stesso pena, poiché l’imputato soffre dal momento dell’accusa, assai prima di ogni sentenza.

[31]L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale (1989): il garantismo come sistema dei limiti imposti al potere punitivo dello Stato.

[32]Costituzione della Repubblica italiana: art. 24 («la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento»); art. 27 (presunzione di non colpevolezza); art. 111 (giusto processo).

[33]Quintiliano, Institutio oratoria: l’oratore è vir bonus dicendi peritus, «uomo dabbene esperto nel dire».

[34] Per un’acuta interpretazione delle norme di garanzia nate dalla lotta contro le ingiustizie subite dalle minoranze, cfr. A. Dershoviz, Rights From Wrongs: A Secular Theory of the Origins of Rights: The Origins of Human Rights in the Experience of Injustice, New York, 2004.

[35]La Scuola classica del diritto penale: G. Filangieri, La scienza della legislazione; F. Carrara, Programma del corso di diritto criminale — il delitto come ente giuridico e la difesa come baluardo contro l’arbitrio.

[36]Voltaire, Trattato sulla tolleranza (1763), sul caso di Jean Calas, giustiziato a Tolosa nel 1762 e poi riabilitato; É. Zola, J’accuse…! (1898), sull’affaire Dreyfus; L. Sciascia, Porte aperte e Morte dell’inquisitore.

[37]F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov: il processo a Dmitrij, condannato sulla base di una verità psicologica e non dei fatti; e la «Leggenda del Grande Inquisitore», sul potere che «per il bene» sopprime la libertà.

[38]A. Camus, Lo straniero: Meursault è condannato non tanto per l’omicidio quanto per non aver pianto al funerale della madre — il processo all’uomo, non al fatto.

[39]V. Hugo, I miserabili (l’errore giudiziario nel processo Champmathieu) e L’ultimo giorno di un condannato, requisitoria letteraria contro la pena di morte.

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